| |
|
Didattica |
INDICE DELLE PAGINE
|
| |
Miti e Costelazioni |
| |
Archeoastronomia |
| |
Riviste elettroniche |
| |
Agli insegnanti |
| |
|
Nascita dell'Archeoastronomia |
|
|
| |
I megaliti di Stonehenge |
| Quando
ancora non si conosceva il termine archeoastronomia,
Laplace scrisse: In tutti i tempi lo spettacolo
del cielo dovette richiamare l'attenzione degli uomini,
soprattutto in quei climi felici in cui la serenità
dell'aria invita all'osservazione degli astri.
Poiché per le necessità dell'agricoltura
occorreva distinguere le stagioni e fissarne il ritorno,
non si tardò a riconoscere che la levata
e il tramonto delle stelle principali -il momento
in cui s'immergono nei raggi del Sole, o quando ne
emergono- potevano prestarsi allo scopo. Questo genere
di osservazioni risale perciò presso tutti
i popoli a tempi in cui si perdono le loro stesse
origini. (Laplace, Storia dell'astronomia, a
cura di M. Cavedon e M. Capaccioli, Cuen). Tali parole
possono ben considerarsi la base scientifica di partenza
di questa giovane disciplina. |
|
|
| L'archeoastronomia è infatti disciplina
relativamente recente. Sorta dapprima quale branca
dell'Astronomia, e come curiosità archeologica
diversificata, è andata acquisendo
nel tempo dignità di disciplina autonoma.
Il suo ufficiale 'anno di nascita potrebbe
essere fissato nel 1740, quando William Stukeley pubblicò
Stonehenge, a temple restored to the
British druids. Qui per la prima volta veniva
annotato che l'asse del cromlech, passante per il
centro e per la Heel Stone, punta verso NE "...all'incirca
in coincidenza con il punto del solstizio d'estate".
Nel 1771, John Smith pubblicò Choir Gaur,
the grand orrey of the ancient druids: a ben
guardare è questo il momento esatto in cui
l'archeoastronomia comincia a muovere passi autonomi.
Qui fu avanzata, per la prima volta, un' interpretazione
astronomica del monumento. Il legame fra i monumenti
megalitici ed i druidi costruisce invece un grossolano
errore storico. Ma è solo nel XX secolo che
l'archeoastronomia si conquista piena cittadinanza
scientifica grazie al contributo di Norman Lockyer,
un astrofisico inglese, che si avvicinò all'orientamento
dei templi egizi, babilonesi, greci, bretoni ed inglesi
in chiave astronomica.
La sua opera trovò scarso credito presso gli
archeologi, ed alla diffidenza nei confronti del suo
pensiero contribuirono non poco alcune sue affermazioni
errate originate da una carenza di cognizioni archeologiche.
Il contrasto fra le due scienze sussiste, in parte,
ancora, ma è dovuto più che altro agli
uomini, alle loro gelosie di competenze nei rispettivi
campi. |
| Nel
1912, il contrammiraglio Boyle Somerville dette un
ulteriore impulso in materia con la pubblicazione
dei suoi studi sul complesso megalitico di Callanish,
nelle isole Ebridi, il primo monumento europeo in
cui si riscontrarono allineamenti stellari. Fu tuttavia
solo a datare dal 1934, con i lavori di Alexander
Thom, che la ricerca archeoastronomica letteralmente
esplose in tutte le sue potenzialità. I suoi
libri sono ancora oggi riferimento per la metodologia
della ricerca e per la quantità dei reperti
studiati.
L'Archeoastronomia andrebbe inquadrata, a rigore e
più in generale, nella storia delle scienze,
occupandosi di indagare quali fossero i livelli di
conoscenze astronomiche ed i modi di osservare il
cielo nel passato. Essa presuppone che ci si stia
occupando di costruzioni e monumenti di epoche antiche
edificati da civiltà che possedevano un sufficiente
grado di evoluzione, in grado cioè di osservare
fenomeni, annotarne la periodicità, valutarli
in chiave astronomica. |
|
|
| Presumibilmente la necessità di
predizione era in chiave utilitaristica: avere abitazioni
riscaldate dal Sole (e quindi disposte secondo un
preciso orientamento), conoscere i tempi di semina
e raccolto,... od con riguardo ad un'esigenza
astrologica, cioè di mera superstizione: l'esigenza
di celebrare determinati periodi dell'anno (solstizi),
poterli misurare e prevederli temporalmente. Non si
è più in presenza -in una parola- dell'uomo
primitivo che ha imparato ad osservare le ombre degli
alberi ed ha compreso (intuito?) che quando questa
è giunta alla minima lunghezza dalla base dell'albero
è ora di... rientrare presso la propria
capanna. Si parla di civiltà evolute che spesso
conoscevano la scrittura, quali l'assira, la babilonese,
l'egiziana (ed anche celtiche e druide), che già
conoscevano fenomeni naturali fondamentali ed erano
in grado di prevederne la perodicità. Tenendo
presenti i fenomeni astronomici tali civiltà
edificavano (talvolta) i loro monumenti più
imponenti. In conclusione di questo breve excursus,
notiamo che in campo archeoastronomico le misure dell'astronomo
vanno integrate dagli studi dell'archeologo, dell'antropologo
e dello storico. |
|
I dolmen di Ballacroy
|
| |
| Le società del neolitico e dell'eneolitico
prestavano particolare attenzione al Sole ed alla
Luna, al fine di prevedere eclissi di Sole per l’importanza
che esse assumevano nell’ambito delle religioni
e dei culti solari. Lo scopo forse più importante
che spinse gli uomini del neolitico, e successivamente
dell’età del rame e del bronzo, ad osservare
attentamente la posizione in cui il Sole e la Luna
sorgono e tramontano sull’orizzonte naturale,
era la necessità di determinare il periodo
lunare e solare che sta alla base dei primitivi strumenti
predittivi e, in altre parole, del calendario che
potesse porre in ordine temporale i diversi eventi.
Con l’affermarsi di un’economia agricola
(neolitico ed epoche preistoriche successive), l'esigenza
di manipolare uno strumento predittivo per
stabilire e prevedere, durante l’anno, le epoche
più significative legate alle diverse attività
agricole, divenne un’esigenza vitale per la
sopravvivenza d’intere comunità. I culti
preistorici sono associati, in gran parte, a tali
attività e ai momenti più rilevanti
del ciclo solare, come i solstizi. E molti culti sopravvivono
ancora oggi nelle tradizioni religiose e nel folclore.
|
|
Dolmen in Galizia
(Spagna) |
| |
| In
Europa le ricerche archeoastronomiche guardano
alla preistoria. In assenza di documenti, le tracce
sono rappresentate da megaliti, grandi pietre infisse
nel terreno in genere come singole (menhir) o disposte
a forma di camera (dolmen). Il megalitismo che interessò
l'Europa, si sviluppò nel bacino del Mediterraneo
ed in Sardegna.
La scoperta, soprattutto sul territorio europeo, di
reperti costituiti da pietre allineate o disposte
secondo geometrie ben definite, quasi sempre circoli
od ovali, o addirittura strutture di complessità
costruite in modo da essere orientate verso punti
in corrispondenza dei quali, in origine, sorgevano
o tramontavano oggetti celesti di particolare importanza
per la cultura che produsse i reperti, ha suscitato
durante gli ultimi cinquanta anni un notevole interesse
nell'ambiente degli archeologi. Questi si resero conto
che l'osservazione del cielo giocava un ruolo di primo
piano nello sviluppo socio-culturale delle civilta'
antiche, partendo addirittura dal Paleolitico quando
ancora il concetto di civiltà era difficile
da applicarsi. L'interdisciplinarieta' di questa scienza
è la sua forza. |
|
New Grange, Irlanda,
Porta del Sole |
Pietrabbondante,
Molise
|
Essa deve raggruppare competenze che derivano da
due scienze, e va praticata di pari passo con l'Etnoastronomia.
Un esempio emblematico sono le rappresentazioni
degli oggetti celesti sulle monete celtiche coniate
in Gallia durante la tarda eta' del Ferro, soprattutto
nel primo secolo avanti Cristo. Sono presenti rappresentazioni
di comete o stelle quale diretta conseguenza dell'importanza
rituale che l'apparizione di una nuova cometa nel
cielo ebbero ne substrato culturale durante l'eta'
del Ferro. La moneta in questo caso e' una testimonianza
oggettiva dell' interesse che i Celti ebbero per
l'Astronomia.
L'archeoastronomo onesto (con sé
stesso) non può privilegiare, in virtù
della sua formazione matematico-scientifica, aspetti
esclusivamente matematici ed aspettarsi risultati
di precisione elevata: calcolare e ricostruire il
cielo visibile durante una certa epoca, non è
sufficente per praticare buona Archeoastronomia.
Se gli archeologi, per loro formazione umanistica,
tendono ad affrontare lo studio dei reperti tenendo
ben presente il margine d'errore e il grado di incertezza
inevitabilmente connesso con l'interpretazione di
un reperto di cui spesso e' difficilissimo ottenere
una collocazione temporale ragionevolmente accurata.
Nello stesso tempo pero' trascurano completamente
il lato prettamente astronomico mancando quindi
la possibilita' di accorgersi che taluni reperti
divengono immediatamente e naturalmente interpretabili
se considerati nell'ottica astronomica.
|
|
|