Ettore
Majorana: una breve biografia
Al
mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e
terzo rango,
che fanno del loro meglio ma non vanno lontano. C'è anche
gente di primo rango,
che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentale per lo
sviluppo della scienza.
Ma poi ci sono i geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno
di quelli.
Majorana aveva quel che che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente
gli mancava
quel che è invece comune trovarenegli altri uomini: il semplice
buon senso.
(Ettore Majorana nel
ricordo di Enrico Fermi)
Ultimo di cinque
fratelli, Ettore Majorana nasce a Catania il 5 agosto del 1905,
in via Etnea 251 da Fabio (1875 - 1934), e Dorina Corso.
Il padre Fabio si laureò giovanissimo a 19 anni in Ingegneria
e quindi in Scienze fisiche e matematiche. Fabio era a sua volta
l'ultimo di cinque fratelli: Giuseppe, giurista e deputato, nato
nel 1863; Angelo, statista, 1865; Quirino, fisico, 1871; e Dante,
giurista e rettore universitario, 1874.
Anche il nonno di Ettore (Salvatore Majorana) si laureò giovanissimo
(a 19 anni in Ingegneria ed a 21 in Scienze fisiche e matematiche).
Fu professore di fisica sperimentale al Politecnico di Torino e
quindi all'Ateneo di Bologna (cattedra in cui successe al Righi),
fu socio dell'Accademia dei Lincei e Presidente della società
italiana di Fisica, scoprì la birifrangenza magnetica, scrisse
un libro sulla radiazione X a 25 anni e spese gran parte della sua
vita a mostrare la falsità della relatività einsteiniana!
All'educazione di Ettore sopraintese (sino a circa 9 anni) il padre.
Successivamente, essendosi trasferita in Roma dal 1921 la famiglia,
Ettore frequentò il collegio Massimiliano Massimo dei Gesuiti
in Roma: qui terminò il ginnasio in quattro anni avendo saltato
il quinto, e frequentò come esterno il primo e secondo liceo
classico. Il terzo liceo classico lo frequentò presso l'istituto
statale Torquato Tasso, e nella sessione estiva del 1923 conseguì
la maturità classica.
Gli altri fratelli di Ettore erano: Rosina, Salvatore, dottore in
legge e studioso di filosofia; Luciano, ingegnere civile, specializzato
in costruzioni aeronautiche e che si dedicò alla progettazione
e costruzione di strumenti per l'astronomia ottica; Maria, diplomata
a pieni voti in pianoforte al Conservatorio di S. Cecilia.
Terminati gli studi liceali si scrisse, forse per seguire le orme
degli avi, alla facoltà d'Ingegneria. Fra i suoi compagni
di corso c'era il fratello Luciano, Emilio Segrè, Enrico
Volterra.
Emilio Segré al quarto anno di studi d'ingegneria decise
di passare a Fisica: a questa scelta, che in lui maturava da tempo,
non erano stati estranei gli incontri avuti (estate del 1927) con
Franco Rasetti ed Enrico Fermi (allora ventiseienne) e da poco nominato
professore ordinario di Fisica teorica all'Università di
Roma creata allora da Orso Maria Corbino: per la cronaca si annota
che della commissione che assegnò la cattedra a Fermi era
membro Quirino Majorana. Se questo fatto ebbe in seguito influenza
nei non facili rapporti Fermi-Majorana non è dato sapere,
ma credo di non azzardare se affermo che in fondo Fermi si sentiva
stretto da quella famiglia.
Segrè riuscì a convincere Majorana a passare alla
facoltà di Fisica, ed il passaggio avvenne dopo un incontro
con Fermi.
Ecco il resoconto che Amaldi fa di quell'incontro:
.... Egli venne all'Istituto di via Panisperna e fu accompagnato
da Segrè nello studio di Fermi ove si trovava anche Rasetti.
Fu in quell'occasione che io lo vidi per la prima volta. Di lontano
appariva smilzo, con un'andatura timida e quasi incerta; da vicino
si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, gli occhi
vivacissimi e scintillanti: nell'insieme l'aspetto di un saraceno.
Fermi lavorava allora al modello statistico dell'atomo che prese
in seguito il nome di Thomas-Fermi. Il discorso con Majorana cadde
subito sulle ricerche in corso all'Istituto e Fermi espose rapidamente
le linee generali del modello, mostrò a Majorana gli estratti
dei suoi recenti lavori sull'argomento e, in particolare, la tabella
in cui erano raccolti i valori numerici del cosiddetto potenziale
universale di Fermi. Majorana ascoltò con interesse e, dopo
aver chiesto qualche chiarimento, se ne andò senza manifestare
i suoi pensieri e le sue intenzioni. Il giorno dopo, nella tarda
mattinata, si presentò di nuovo all'Istituto, entrò
diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo,
di vedere la tabella che gli era stata posto sotto gli occhi per
pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca
un fogliolino su cui era scritta un'analoga tabella da lui calcolata
a casa nelle ultime ventiquattro ore. Confrontò le due tabelle
e, constatato che erano in pieno accordo fra loro, disse che la
tabella di Fermi andava bene e, uscito dallo studio, se ne andò
dall'Istituto....
Majorana era quindi tornato non per verificare se andava bene la
tabella da lui calcolata nelle ultime 24 ore, bensì per verificare
se era esatta quella di Fermi. Comunque, superata Fermi la prova,
Majorana passò a Fisica e iniziò a frequentare 1'Istituto
di via Panisperna: regolarmente fino alla laurea, meno dopo.
Il rapporto con Fermi rimase, molto probabilmente, sempre come in
occasione del primo incontro: distaccato, critico, scontroso e da
pari a pari: Segrè dirà che a Roma solo Majorana poteva
discutere con Fermi.
C'era qualcosa, in Fermi e nel suo gruppo, che era fatto apposta
per allontanare Majorana: un senso di diffidenza, che non era soltanto
antagonismo, ma era (forse!) un certo senso (qualcosa di più
di un istinto, forse una retta intuizione) di vedere più
lontano. Io ho l'impressione che Majorana sapesse da sempre dove
tutta quella ricerca "andasse a parare", quali ne sarebbero
stati gli sviluppi e le implicazioni. Era come se egli sapesse già
tutto e non avesse bisogno di dimostrarlo semplicemente perché
gli sembrava tempo perso sapendolo.
Fermi avvertiva poi il disagio di fronte a Majorana. Si sfidavano
a fare gare di calcoli complicati (Fermi alla lavagna con il regolo
e Majorana con un pezzetto di carta in mano, generalmente usava
la carta del pacchetto di sigarette, voltandogli le spalle); e quando
Fermi diceva di essere pronto Majorana dava il risultato.
Ettore, d'ora in poi lo chiamerò così, si laureò
il 6 luglio 1929 (110/110 e lode) con una tesi sulla meccanica dei
nuclei radioattivi. Relatore Enrico Fermi.
Conseguita la laurea, fu come se in lui fosse venuto a mancare qualcosa,
uno stimolo un interesse, un quid non meglio definibile.
Si dedicò in biblioteca agli studi di Dirac, Heisenberg,
Pauli, Weyl, Wigner.
La libera docenza in fisica teorica fu conseguita il 12 novembre
1932: Majorana presentò soltanto cinque lavori e la commissione
fu unanime nel riconoscere al candidato una completa padronanza
della fisica.
Intorno al 1931 il suo genio era ormai riconosciuto a livello
internazionale e fu invitato a trasferirsi in Russia, a Cambredgie,
a Yale ed alla Carnegie Foundation ma oppose sempre a tali inviti
un secco e deciso rifiuto.
Nel frattempo l'interesse di Majorana si spostò verso
la fisica del nucleo da quella dell'atomo.
Scrive ancora in proposito Amaldi:
.... Verso la fine di gennaio 1932 cominciarono ad arrivare i fascicoli
dei "Comptes Rendus" contenenti le classiche note di F.
Joliot e I. Curie sulla radiazione penetrante scoperta da Bothe
e Becker. Nella prima di tali note veniva mostrato che la radiazione
penetrante, emessa dal berillio sotto l'azione delle particelle
alfa emesse dal polonio, poteva trasferire ai protoni, presenti
in straterelli di vari materiali idrogenati (come l'acqua o il cellofan),
energie cinetiche di circa cinque milioni di elettronvolt. Per interpretare
tali osservazioni, i Joliot-Curie avevano in un primo tempo avanzato
l'ipotesi che si trattasse di un fenomeno analogo all'effetto Compton.
Subito dopo, però, avevano suggerito che l'effetto osservato
fosse dovuto a un nuovo tipo di interazione tra raggi gamma e protoni,
diversa da quella che interviene nell'effetto Compton.
Quando Ettore lesse queste note, disse, scuotendo la testa: "non
hanno capito niente: probabilmente si tratta di protoni di rinculo
prodotti da una particella neutra pesante". Pochi giorni dopo
giunse a Roma il fascicolo di "Nature" contenente la lettera
all'editore presentata da J. Chadwick il 17 febbraio 1932 e in cui
veniva dimostrata l'esistenza del neutrone sulla base di una classica
serie di esperienze.
Subito dopo la scoperta di Chadwick, vari autori compresero che
i neutroni dovevano essere uno dei costituenti dei nuclei e cominciarono
a proporre vari modelli in cui entravano a far parte particelle
alfa, elettroni e neutroni. Il primo a pubblicare che il nucleo
è costituito soltanto di protoni e neutroni è stato
probabilmente D.D. Ivanenko, ma è certo che, prima di Pasqua
di quello stesso anno, Ettore Majorana aveva cercato di fare la
teoria dei nuclei leggeri ammettendo che i protoni e i neutroni
(o "protoni neutri" come egli diceva allora) ne fossero
i soli costituenti e che i primi interagissero con i secondi con
forze di scambio delle sole coordinate spaziali (e non degli spin),
se si voleva far sì che il sistema saturato rispetto all'energia
di legame fosse la particella alfa e non il deutone.
Aveva parlato di questo abbozzo di teoria agli amici dell'Istituto
e Fermi, che ne aveva subito riconosciuto l'interesse, gli aveva
consigliato di pubblicare al più presto i suoi risultati,
anche se parziali. Ma Ettore non ne volle sapere perchè giudicava
il suo lavoro incompleto. Allora Fermi, che era stato invitato a
partecipare alla conferenza di fisica che doveva avere luogo nel
luglio di quell'anno a Parigi, nel quadro più ampio della
Quinta conferenza internazionale sull'elettricità, e che
aveva scelto come argomento da trattare le proprietà del
nucleo atomico, chiese a Majorana l'autorizzazione ad accennare
alle sue idee sulle forze nucleari. Majorana rispose a Fermi che
gli proibiva di parlarne o che, se ne voleva proprio parlare, facesse
pure ma, in quel caso, dicesse che si trattava di idee di un noto
professore di elettrotecnica, il quale fra l'altro doveva essere
presente alla conferenza di Parigi, e che egli, Majorana, considerava
come un esempio vivente di come non si dovesse fare la ricerca scientifica.
Fu così che il 7 luglio Fermi tenne a Parigi il suo rapporto
su "Lo stato attuale della fisica del nucleo atomico"
senza accennare a quel tipo di forze che in seguito furono denominate
"forze di Majorana" e che in sostanza erano già
state concepite, sia pure in forma rozza, vari mesi prima.
Nel fascicolo della "Zeitschrift fur Physik" datato 19
luglio 1932 apparve il primo lavoro di Heisenberg sulle forze "di
scambio alla Heisenberg", ossia forze che coinvolgono lo scambio
delle coordinate sia spaziali che di spin. Questo lavoro suscitò
molta impressione nel mondo scientifico: era il primo tentativo
di una teoria del nucleo che, per quanto incompleta e imperfetta,
permetteva di superare alcune delle difficoltà di principio
che fino ad allora erano sembrate insormontabili. Nell'Istituto
di fisica dell'Università di Roma tutti erano oltremodo interessati
e pieni di ammirazione per i risultati di Heisenberg, ma al tempo
stesso dispiaciuti che Majorana non avesse non dico pubblicato,
ma neanche voluto che Fermi parlasse delle sue idee in un congresso
internazionale....
Rinacquero a questo punto (da parte di Fermi nei confronti
di Majorana) naturali quanto ovvie pressioni perché Majorana
attendesse alla pubblicazione di sue opere. Ogni sforzo fu vano:
Majorana rispondeva che Heisenberg aveva ormai detto tutto quello
che si poteva dire e che, anzi, aveva detto probabilmente anche
troppo.
Si lasciò comunque convincere ad andare all'estero (Lipsia
e Copenaghen) e gli fu assegnata dal Consiglio Nazionale delle ricerche
una sovvenzione per tale viaggio che ebbe inizio alla fine di gennaio
del 1933 e durò fra sei e sette mesi. L'incontro con Heisenberg
fu proficuo, tanto che questi riuscì lì dove Fermi
e gli altri avevano fallito, far pubblicare "qualcosa"
a Majorana.
Pubblicò infatti Ueber die Kerntheorie, in Zeitschrift
für Physik.
Abbiamo alcune sue lettere del periodo tedesco. In una lettera al
padre, del 18 febbraio 1923, scrive: "... ho scritto un
articolo sulla struttura dei nuclei che ad Heisenberg è piaciuto
benché contenesse alcune correzioni a una sua teoria...."
Il 20 gennaio dello stesso anno, in una lettera alla madre scrive:
"....All'istituto di Fisica mi hanno accolto molto cordialmente.
Ho avuto una lunga conversazione con Heisenberg che è persona
straordinariamente cortese e simpatica...".
Nel viaggio fatto all'estero fu colpito dall'organizzazione tedesca.
Ed ecco come illustra nella medesima lettera alla madre la rivoluzione
nazista: "...Lipsia, che era in maggioranza socialdemocratica,
ha accettato la rivoluzione senza sforzo. Cortei nazionalisti percorrono
frequentemente le vie centrali e periferiche, in silenzio, ma con
aspetto sufficientemente marziale. Rare le uniformi brune mentre
campeggia ovunque la croce uncinata. La persecuzione ebraica riempie
di allegrezza (sic!) la maggioranza ariana. Il numero di
coloro che troveranno posto nell'amministrazione pubblica ed in
molte private, in seguito all'espulsione degli ebrei, è rilevantissimo;
e questo spiega la popolarità della lotta antisemita. A Berlino
oltre il cinquanta per cento dei procuratori erano istraeliti. Di
essi un terzo sono stati eliminati (sic!); gli altri rimangono
perché erano in carica nel '14 e hanno fatto la guerra. Negli
ambienti universitari l'epurazione sarà completa entro il
mese di ottobre. Il nazionalismo tedesco consiste in gran parte
nell'orgoglio di razza. In realtà non solo gli ebrei, ma
anche i comunisti e in genere gli avversari del regime vengono in
gran parte eliminati dalla vita sociale. Nel complesso l'opera del
governo risponde ad una necessità storica: far posto alla
nuova generazione che rischia di essere soffocata dalla stasi economica..."
Non è dato sapere se i suoi più intimi collaboratori
conoscessero le sue impressioni e le sue idee sulla Germania nazista:
è certo comunque che a Fermi (ebreo) tali idee e concezioni
non dovessero fare grande piacere e certo pure è, vedi in
proposito l'ottimo libro di Recami su Majorana, che a Segré
(ebreo anch'esso) fece in modo di avere una lettera che lo stizzasse.
Che il suo star bene in Germania fosse dovuto al fatto che non sentiva
più la pressione di Fermi e Segré: uno era il direttore
del suo istituto, l'altro il compagno di studi che l'aveva convinti
a passare a Fisica.
Successivamente su recò a Kopenaghen dove conobbe Niels Bohr.
La frquentazione con Bohr lo portò a conoscere altri fisici
importanti dell'epoca quali Moller, Rosenfeld ed a frequentare Placzek
che già da qualche tempo conosceva.
Si recò sempre più saltuariamente all'istituto di
Fisica. Sovente se ne stava a casa, non riceveva alcuno e respingeva
la corripondenza scrivendoci di proprio pugno "si respinge
per morte del destinatario". Curava anche poco
l'aspetto fisico e si era lasciato crescere barba e capelli. Ma
quello che è certo è che non cessava di studiare:
i suoi studi si erano ampliati. Questo è il periodo più
oscuro della sua vita: non si sa su che lavorasse.
Ecco il ritratto che ne dà, in quel periodo, Laura Fermi:
Majorana aveva però un carattere strano: era eccessivamente
timido e chiuso in sé. La mattina, nell'andare in tram all'Istituto,
si metteva a pensare con la fronte accigliata. Gli veniva in mente
una idea nuova, o la soluzione di un problema difficile, o la spiegazione
di certi risultati sperimentali che erano sembrati incomprensibili:
si frugava le tasche, ne estraeva una matita e un pacchetto di sigarette
su cui scarabocchiava formule complicate. Sceso dal tram se ne andava
tutto assorto, col capo chino e un gran ciuffo di capelli neri e
scarruffati spioventi sugli occhi. Arrivato all'Istituto cercava
di Fermi o di Rasetti e, pacchetto di sigarette alla mano, spiegava
la sua idea.
Ed ancora: Majorana aveva continuato a frequentare l'Istituto
di Roma e a lavorarvi saltuariamente, nel suo modo peculiare, finché
nel 1933 era andato per qualche mese in Germania. Al ritorno non
riprese il suo posto nella vita dell'Istituto; anzi, non volle più
farsi vedere nemmeno dai vecchi compagni. Sul turbamento del suo
carattere dovette certamente influire un fatto tragico che aveva
colpito la famiglia Majorana. Un bimbo in fasce, cugino di Ettore,era
morto bruciato nella culla, che aveva preso fuoco inspiegabilmente.
Si parlò di delitto. fu accusato uno zio del piccino e di
Ettore. Quest'ultimo si assunse la responsabilità di provare
l'innocenza dello zio. Con grande risolutezza si occupò personalmente
del processo, trattò con gli avvocati, curò i particolari.
Lo zio fu assolto; ma lo sforzo, la preoccupazione continua, le
emozioni del processo non potevano non lasciare effetti duraturi
in una persona sensitiva quale era Ettore.
Nel 1937 Ettore Majorana fu nominato professore di Fisica teorica
all'Università di Napoli, dove si legò d'amicizia
con Antonio Carrelli, insegnante di Fisica sperimentale presso l'istituto.
Anche a Napoli Majorana condusse una vita estremamente ritirata
con i suoi malanni che gli davano fastidio e che si ripercuotevano
inevitabilmente sul suo carattere e sul suo umore.
La sera del 23 marzo 1938 Ettore Majorana partì da Napoli
per Palermo, ove si fermò un pajo di giorni, con un piroscafo
della società Tirrenia: all'intraprendere tale viaggio era
stato consigliato dai suoi più stretti amici i quali lo avevano
invitato a prendersi un periodo di riposo.
Il giorno prima di salpare da Napoli consegnò alla studentessa
Gilda Senatore una cartella di materiale scientifico: questi documenti
furono mostrati anni dopo al marito di questa, anch'esso fisico.
Questi ne parlò con Carrelli che ne parlò con il rettore
che li volle: dopo di che le carte si persero.
Il 26 marzo 1938 Carrelli ricevette da Majorana un telegramma in
cui gli diceva di non preoccuparsi di quanto scritto nella lettera
che gli aveva precedentemente inviato.
Ecco quanto aveva scritto:
Caro Carrelli, Ho preso una decisione che era ormai inevitabile.
Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo
conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare
a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma
soprattutto per aver deluso tutta la fiducia, la sincera amicizia
e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi.. Ti prego anche
di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare
nel tuo Istituto.....; dei quali tutti conserverò un caro
ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente
anche dopo."
Ai familiari avevava scritto:
Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete
inchinarvi all'uso, portate pure, ma per non più di tre giorni,
qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri
cuori e perdonatemi.
Carrelli non aveva ancora ricevuto nulla ed attese l'arrivo della
posta, documento che qui sotto si riproduce.
|
L'ultimo
scritto pervenutoci di Majorana:
Palermo, 26 marzo 1938 - XVI
Caro Carrelli,
Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e lettera.
Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all'albergo
Bologna, viaggiando con questo stesso foglio. Non mi prenedere
per una ragazza ibseniana perché il caso è
differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.
aff.mo E. Majorana |
|
Ma Ettore non
comparve più.
Iniziarono le ricerche. Del caso si interessò, dietro pressioni
di Fermi, lo stesso Mussolini, fu proposta una ricompensa (30.000
lire) per chi ne desse notizie, ma non si seppe mai più nulla
di lui almeno in modo inequivocabile.
Il professor Strazzeri dell'Università di Palermo asserì
di averlo visto a bordo alle prime luci dell'alba mentre il piroscafo
si accingeva ad attraccare a Napoli. Un marinaio asserì di
averlo scorto, dopo aver doppiato Capri, non molto prima che il
piroscafo attraccasse, e la società Tirrenia, anche se l'episodio
non fu mai confermato, asserì che il biglietto di Majorana
era tra quelli testimonianti lo sbarco: nel caso del fisico.
Le indagini furono condotte per circa tre mesi e si estesero al
Vaticano ed ad un convento di Gesuiti che risiedeva vicino a dove
lui abitava dove pare si fosse rivolto per chiedere una qualche
sorta di aiuto: reminiscenze del suo periodo scolastico presso i
Gesuiti di Roma?
In mare non fu mai trovato ed il mare prima o poi restituisce quello
che riceve.
Di qui in poi partono le ipotesi, anzi gli indizi, ma non si hanno
certezze. Una cosa va notata comunque: nelle sue lettere Ettore
non parla mai di suicidio, ma solo di scomparsa, ed era persona
attenta alle parole.
Si eclissò così, nel nulla, dalla scena internazionale,
uno dei più geniali fisici di tutti i tempi, un uomo che,
come scrive giustamente Amaldi
nel suo Ricordo aveva saputo trovare in modo mirabile
una risposta ad alcuni quesiti della natura, ma che aveva cercato
invano una giustificazione alla vita, alla sua vita, che era per
lui di gran lunga più ricca di promesse di quanto non lo
sia per la stragrande maggioranza degli uomini.
L'unica certezza in mezzo a tante supposizioni consiste nel non
indifferente prelievo di una considerevole somma di denaro (alcuni
stipendi arretrati) che Majorana fece prima di far perdere le sue
tracce, l'equivalente di circa 10 mila dollari attuali.
Per quanto le azioni dei suicidi siano insensate (si sa di suicidi
che sono spogliati prima di essersi gettati in mare) perché
un candidato al gesto estremo ritira del denaro prima di compiere
il fatale gesto?
C'era posto per l'irrazionalità nella pur turbata mente di
Ettore? Io credo di no.
Lettore attento di Shakespeare e Pirandello, ammiratore di Ibsen,
sarà stato forse ispirato nel suo gesto dalla meditazione,
più che dalla lettura de Il fu Mattia Pascal? Erasmo
Recami, autore di una pregevole monografia su Ettore Majorana pone
a prefazione di un capitolo del proprio lavoro questo passo di Pirandello:
Chissà
quanti sono come me, nelle mie stesse condizioni, fratelli
miei. Si lascia il cappello e la giacca, con una
lettera in tasca, sul parapetto d'uno ponte, su
un fiume; e poi, invece di buttarsi giù,
si va via tranquillamente: in America o altrove.
(Il fu Mattia Pascal, 1904).
Da un'esame
attento delle sue ultime lettere, cercando di scorgere, al di là
dell'apparenza, quello che le parole vogliono dire non dicendo,
dovrebbe partire - se mai- un'ulteriore ennesima indagine sul suo
destino.
OPERE
PUBBLICATE DA ETTORE MAJORANA
[1] "Sullo sdoppiamento dei termini Roentgen ottici a causa
dell'elettrone rotante e sulla intensità
delle righe del Cesio”, in collaborazione con Giovanni Gentile
Jr.: Rendiconti Accademia Lincei,
vol.8, pp.229-233 (1928);
[2] "Sulla formazione dello ione molecolare di He": Nuovo
Cimento, vol.8, pp.22-28 (1931);
[3] “I presunti termini anomali dell'Elio”: Nuovo Cimento,
vol.8, pp.78-83 (1931);
[4] "Reazione pseudopolare fra atomi di Idrogeno”: Rendiconti
Accademia Lincei, vol.13, pp.58-61
(1931);
[5] "Teoria dei tripletti P' incompleti": Nuovo Cimento,
vol.8, pp.107-113 (1931);
[6] "Atomi orientati in campo magnetico variabile": Nuovo
Cimento, vol.9, pp.43-50 (1932);
[7] "Teoria relativistica di particelle con momento intrinseco
arbitrario": Nuovo Cimento, vol.9 ,
pp.335-344 (1932);
[8] "Ueber die Kerntheorie": Zeitschrift für Physik,
vol.82, pp. 137-145 (1933);
[8bis] "Sulla teoria dei nuclei": La Ricerca Scientifica,
vol.4 (1), pp.559-565 (1933):
[9] "Teoria simmetrica dell'elettrone e del positrone":
Nuovo Cimento, vol.14, pp.171-184 (1937);
[10] "Il valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle
scienze sociali" (pubblicazione postuma, a
cura di G. Gentile Jr.): Scientia, vol.36, pp.55-66 (1942).
Enrico F. Macchia
___________________________________
Nota: Gran parte del materiale che ha costituito
fonte per questo articoletto è stato tratto dal libro di
Erasmo Recami: Il caso Majorana, Di Renzo Editore e dal ricordo
di Edoardo Amaldi pubblicato su Giornale di Fisica, vol. 9, p. 300
(1968) |