Associazione Astronomica Ettore Majorana

Ettore Majorana: una breve biografia

Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango,
che fanno del loro meglio ma non vanno lontano. C'è anche gente di primo rango,
che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentale per lo sviluppo della scienza.
Ma poi ci sono i geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli.
Majorana aveva quel che che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente gli mancava
quel che è invece comune trovarenegli altri uomini: il semplice buon senso.


(Ettore Majorana nel ricordo di Enrico Fermi)

 

Ultimo di cinque fratelli, Ettore Majorana nasce a Catania il 5 agosto del 1905, in via Etnea 251 da Fabio (1875 - 1934), e Dorina Corso.
Il padre Fabio si laureò giovanissimo a 19 anni in Ingegneria e quindi in Scienze fisiche e matematiche. Fabio era a sua volta l'ultimo di cinque fratelli: Giuseppe, giurista e deputato, nato nel 1863; Angelo, statista, 1865; Quirino, fisico, 1871; e Dante, giurista e rettore universitario, 1874.
Anche il nonno di Ettore (Salvatore Majorana) si laureò giovanissimo (a 19 anni in Ingegneria ed a 21 in Scienze fisiche e matematiche). Fu professore di fisica sperimentale al Politecnico di Torino e quindi all'Ateneo di Bologna (cattedra in cui successe al Righi), fu socio dell'Accademia dei Lincei e Presidente della società italiana di Fisica, scoprì la birifrangenza magnetica, scrisse un libro sulla radiazione X a 25 anni e spese gran parte della sua vita a mostrare la falsità della relatività einsteiniana!
All'educazione di Ettore sopraintese (sino a circa 9 anni) il padre. Successivamente, essendosi trasferita in Roma dal 1921 la famiglia, Ettore frequentò il collegio Massimiliano Massimo dei Gesuiti in Roma: qui terminò il ginnasio in quattro anni avendo saltato il quinto, e frequentò come esterno il primo e secondo liceo classico. Il terzo liceo classico lo frequentò presso l'istituto statale Torquato Tasso, e nella sessione estiva del 1923 conseguì la maturità classica.
Gli altri fratelli di Ettore erano: Rosina, Salvatore, dottore in legge e studioso di filosofia; Luciano, ingegnere civile, specializzato in costruzioni aeronautiche e che si dedicò alla progettazione e costruzione di strumenti per l'astronomia ottica; Maria, diplomata a pieni voti in pianoforte al Conservatorio di S. Cecilia.
Terminati gli studi liceali si scrisse, forse per seguire le orme degli avi, alla facoltà d'Ingegneria. Fra i suoi compagni di corso c'era il fratello Luciano, Emilio Segrè, Enrico Volterra.
Emilio Segré al quarto anno di studi d'ingegneria decise di passare a Fisica: a questa scelta, che in lui maturava da tempo, non erano stati estranei gli incontri avuti (estate del 1927) con Franco Rasetti ed Enrico Fermi (allora ventiseienne) e da poco nominato professore ordinario di Fisica teorica all'Università di Roma creata allora da Orso Maria Corbino: per la cronaca si annota che della commissione che assegnò la cattedra a Fermi era membro Quirino Majorana. Se questo fatto ebbe in seguito influenza nei non facili rapporti Fermi-Majorana non è dato sapere, ma credo di non azzardare se affermo che in fondo Fermi si sentiva stretto da quella famiglia.
Segrè riuscì a convincere Majorana a passare alla facoltà di Fisica, ed il passaggio avvenne dopo un incontro con Fermi.
Ecco il resoconto che Amaldi fa di quell'incontro:
.... Egli venne all'Istituto di via Panisperna e fu accompagnato da Segrè nello studio di Fermi ove si trovava anche Rasetti. Fu in quell'occasione che io lo vidi per la prima volta. Di lontano appariva smilzo, con un'andatura timida e quasi incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, gli occhi vivacissimi e scintillanti: nell'insieme l'aspetto di un saraceno.
Fermi lavorava allora al modello statistico dell'atomo che prese in seguito il nome di Thomas-Fermi. Il discorso con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso all'Istituto e Fermi espose rapidamente le linee generali del modello, mostrò a Majorana gli estratti dei suoi recenti lavori sull'argomento e, in particolare, la tabella in cui erano raccolti i valori numerici del cosiddetto potenziale universale di Fermi. Majorana ascoltò con interesse e, dopo aver chiesto qualche chiarimento, se ne andò senza manifestare i suoi pensieri e le sue intenzioni. Il giorno dopo, nella tarda mattinata, si presentò di nuovo all'Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posto sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta un'analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattro ore. Confrontò le due tabelle e, constatato che erano in pieno accordo fra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene e, uscito dallo studio, se ne andò dall'Istituto....

Majorana era quindi tornato non per verificare se andava bene la tabella da lui calcolata nelle ultime 24 ore, bensì per verificare se era esatta quella di Fermi. Comunque, superata Fermi la prova, Majorana passò a Fisica e iniziò a frequentare 1'Istituto di via Panisperna: regolarmente fino alla laurea, meno dopo.
Il rapporto con Fermi rimase, molto probabilmente, sempre come in occasione del primo incontro: distaccato, critico, scontroso e da pari a pari: Segrè dirà che a Roma solo Majorana poteva discutere con Fermi.
C'era qualcosa, in Fermi e nel suo gruppo, che era fatto apposta per allontanare Majorana: un senso di diffidenza, che non era soltanto antagonismo, ma era (forse!) un certo senso (qualcosa di più di un istinto, forse una retta intuizione) di vedere più lontano. Io ho l'impressione che Majorana sapesse da sempre dove tutta quella ricerca "andasse a parare", quali ne sarebbero stati gli sviluppi e le implicazioni. Era come se egli sapesse già tutto e non avesse bisogno di dimostrarlo semplicemente perché gli sembrava tempo perso sapendolo.
Fermi avvertiva poi il disagio di fronte a Majorana. Si sfidavano a fare gare di calcoli complicati (Fermi alla lavagna con il regolo e Majorana con un pezzetto di carta in mano, generalmente usava la carta del pacchetto di sigarette, voltandogli le spalle); e quando Fermi diceva di essere pronto Majorana dava il risultato.
Ettore, d'ora in poi lo chiamerò così, si laureò il 6 luglio 1929 (110/110 e lode) con una tesi sulla meccanica dei nuclei radioattivi. Relatore Enrico Fermi.
Conseguita la laurea, fu come se in lui fosse venuto a mancare qualcosa, uno stimolo un interesse, un quid non meglio definibile. Si dedicò in biblioteca agli studi di Dirac, Heisenberg, Pauli, Weyl, Wigner.
La libera docenza in fisica teorica fu conseguita il 12 novembre 1932: Majorana presentò soltanto cinque lavori e la commissione fu unanime nel riconoscere al candidato una completa padronanza della fisica.
Intorno al 1931 il suo genio era ormai riconosciuto a livello internazionale e fu invitato a trasferirsi in Russia, a Cambredgie, a Yale ed alla Carnegie Foundation ma oppose sempre a tali inviti un secco e deciso rifiuto.
Nel frattempo l'interesse di Majorana si spostò verso la fisica del nucleo da quella dell'atomo.
Scrive ancora in proposito Amaldi:
.... Verso la fine di gennaio 1932 cominciarono ad arrivare i fascicoli dei "Comptes Rendus" contenenti le classiche note di F. Joliot e I. Curie sulla radiazione penetrante scoperta da Bothe e Becker. Nella prima di tali note veniva mostrato che la radiazione penetrante, emessa dal berillio sotto l'azione delle particelle alfa emesse dal polonio, poteva trasferire ai protoni, presenti in straterelli di vari materiali idrogenati (come l'acqua o il cellofan), energie cinetiche di circa cinque milioni di elettronvolt. Per interpretare tali osservazioni, i Joliot-Curie avevano in un primo tempo avanzato l'ipotesi che si trattasse di un fenomeno analogo all'effetto Compton. Subito dopo, però, avevano suggerito che l'effetto osservato fosse dovuto a un nuovo tipo di interazione tra raggi gamma e protoni, diversa da quella che interviene nell'effetto Compton.
Quando Ettore lesse queste note, disse, scuotendo la testa: "non hanno capito niente: probabilmente si tratta di protoni di rinculo prodotti da una particella neutra pesante". Pochi giorni dopo giunse a Roma il fascicolo di "Nature" contenente la lettera all'editore presentata da J. Chadwick il 17 febbraio 1932 e in cui veniva dimostrata l'esistenza del neutrone sulla base di una classica serie di esperienze.
Subito dopo la scoperta di Chadwick, vari autori compresero che i neutroni dovevano essere uno dei costituenti dei nuclei e cominciarono a proporre vari modelli in cui entravano a far parte particelle alfa, elettroni e neutroni. Il primo a pubblicare che il nucleo è costituito soltanto di protoni e neutroni è stato probabilmente D.D. Ivanenko, ma è certo che, prima di Pasqua di quello stesso anno, Ettore Majorana aveva cercato di fare la teoria dei nuclei leggeri ammettendo che i protoni e i neutroni (o "protoni neutri" come egli diceva allora) ne fossero i soli costituenti e che i primi interagissero con i secondi con forze di scambio delle sole coordinate spaziali (e non degli spin), se si voleva far sì che il sistema saturato rispetto all'energia di legame fosse la particella alfa e non il deutone.
Aveva parlato di questo abbozzo di teoria agli amici dell'Istituto e Fermi, che ne aveva subito riconosciuto l'interesse, gli aveva consigliato di pubblicare al più presto i suoi risultati, anche se parziali. Ma Ettore non ne volle sapere perchè giudicava il suo lavoro incompleto. Allora Fermi, che era stato invitato a partecipare alla conferenza di fisica che doveva avere luogo nel luglio di quell'anno a Parigi, nel quadro più ampio della Quinta conferenza internazionale sull'elettricità, e che aveva scelto come argomento da trattare le proprietà del nucleo atomico, chiese a Majorana l'autorizzazione ad accennare alle sue idee sulle forze nucleari. Majorana rispose a Fermi che gli proibiva di parlarne o che, se ne voleva proprio parlare, facesse pure ma, in quel caso, dicesse che si trattava di idee di un noto professore di elettrotecnica, il quale fra l'altro doveva essere presente alla conferenza di Parigi, e che egli, Majorana, considerava come un esempio vivente di come non si dovesse fare la ricerca scientifica.
Fu così che il 7 luglio Fermi tenne a Parigi il suo rapporto su "Lo stato attuale della fisica del nucleo atomico" senza accennare a quel tipo di forze che in seguito furono denominate "forze di Majorana" e che in sostanza erano già state concepite, sia pure in forma rozza, vari mesi prima.
Nel fascicolo della "Zeitschrift fur Physik" datato 19 luglio 1932 apparve il primo lavoro di Heisenberg sulle forze "di scambio alla Heisenberg", ossia forze che coinvolgono lo scambio delle coordinate sia spaziali che di spin. Questo lavoro suscitò molta impressione nel mondo scientifico: era il primo tentativo di una teoria del nucleo che, per quanto incompleta e imperfetta, permetteva di superare alcune delle difficoltà di principio che fino ad allora erano sembrate insormontabili. Nell'Istituto di fisica dell'Università di Roma tutti erano oltremodo interessati e pieni di ammirazione per i risultati di Heisenberg, ma al tempo stesso dispiaciuti che Majorana non avesse non dico pubblicato, ma neanche voluto che Fermi parlasse delle sue idee in un congresso internazionale....
Rinacquero a questo punto (da parte di Fermi nei confronti di Majorana) naturali quanto ovvie pressioni perché Majorana attendesse alla pubblicazione di sue opere. Ogni sforzo fu vano: Majorana rispondeva che Heisenberg aveva ormai detto tutto quello che si poteva dire e che, anzi, aveva detto probabilmente anche troppo.
Si lasciò comunque convincere ad andare all'estero (Lipsia e Copenaghen) e gli fu assegnata dal Consiglio Nazionale delle ricerche una sovvenzione per tale viaggio che ebbe inizio alla fine di gennaio del 1933 e durò fra sei e sette mesi. L'incontro con Heisenberg fu proficuo, tanto che questi riuscì lì dove Fermi e gli altri avevano fallito, far pubblicare "qualcosa" a Majorana.
Pubblicò infatti Ueber die Kerntheorie, in Zeitschrift für Physik.
Abbiamo alcune sue lettere del periodo tedesco. In una lettera al padre, del 18 febbraio 1923, scrive: "... ho scritto un articolo sulla struttura dei nuclei che ad Heisenberg è piaciuto benché contenesse alcune correzioni a una sua teoria...."
Il 20 gennaio dello stesso anno, in una lettera alla madre scrive: "....All'istituto di Fisica mi hanno accolto molto cordialmente. Ho avuto una lunga conversazione con Heisenberg che è persona straordinariamente cortese e simpatica...".
Nel viaggio fatto all'estero fu colpito dall'organizzazione tedesca. Ed ecco come illustra nella medesima lettera alla madre la rivoluzione nazista: "...Lipsia, che era in maggioranza socialdemocratica, ha accettato la rivoluzione senza sforzo. Cortei nazionalisti percorrono frequentemente le vie centrali e periferiche, in silenzio, ma con aspetto sufficientemente marziale. Rare le uniformi brune mentre campeggia ovunque la croce uncinata. La persecuzione ebraica riempie di allegrezza (sic!) la maggioranza ariana. Il numero di coloro che troveranno posto nell'amministrazione pubblica ed in molte private, in seguito all'espulsione degli ebrei, è rilevantissimo; e questo spiega la popolarità della lotta antisemita. A Berlino oltre il cinquanta per cento dei procuratori erano istraeliti. Di essi un terzo sono stati eliminati (sic!); gli altri rimangono perché erano in carica nel '14 e hanno fatto la guerra. Negli ambienti universitari l'epurazione sarà completa entro il mese di ottobre. Il nazionalismo tedesco consiste in gran parte nell'orgoglio di razza. In realtà non solo gli ebrei, ma anche i comunisti e in genere gli avversari del regime vengono in gran parte eliminati dalla vita sociale. Nel complesso l'opera del governo risponde ad una necessità storica: far posto alla nuova generazione che rischia di essere soffocata dalla stasi economica..."
Non è dato sapere se i suoi più intimi collaboratori conoscessero le sue impressioni e le sue idee sulla Germania nazista: è certo comunque che a Fermi (ebreo) tali idee e concezioni non dovessero fare grande piacere e certo pure è, vedi in proposito l'ottimo libro di Recami su Majorana, che a Segré (ebreo anch'esso) fece in modo di avere una lettera che lo stizzasse. Che il suo star bene in Germania fosse dovuto al fatto che non sentiva più la pressione di Fermi e Segré: uno era il direttore del suo istituto, l'altro il compagno di studi che l'aveva convinti a passare a Fisica.
Successivamente su recò a Kopenaghen dove conobbe Niels Bohr.
La frquentazione con Bohr lo portò a conoscere altri fisici importanti dell'epoca quali Moller, Rosenfeld ed a frequentare Placzek che già da qualche tempo conosceva.
Si recò sempre più saltuariamente all'istituto di Fisica. Sovente se ne stava a casa, non riceveva alcuno e respingeva la corripondenza scrivendoci di proprio pugno "si respinge per morte del destinatario". Curava anche poco l'aspetto fisico e si era lasciato crescere barba e capelli. Ma quello che è certo è che non cessava di studiare: i suoi studi si erano ampliati. Questo è il periodo più oscuro della sua vita: non si sa su che lavorasse.
Ecco il ritratto che ne dà, in quel periodo, Laura Fermi: Majorana aveva però un carattere strano: era eccessivamente timido e chiuso in sé. La mattina, nell'andare in tram all'Istituto, si metteva a pensare con la fronte accigliata. Gli veniva in mente una idea nuova, o la soluzione di un problema difficile, o la spiegazione di certi risultati sperimentali che erano sembrati incomprensibili: si frugava le tasche, ne estraeva una matita e un pacchetto di sigarette su cui scarabocchiava formule complicate. Sceso dal tram se ne andava tutto assorto, col capo chino e un gran ciuffo di capelli neri e scarruffati spioventi sugli occhi. Arrivato all'Istituto cercava di Fermi o di Rasetti e, pacchetto di sigarette alla mano, spiegava la sua idea.
Ed ancora: Majorana aveva continuato a frequentare l'Istituto di Roma e a lavorarvi saltuariamente, nel suo modo peculiare, finché nel 1933 era andato per qualche mese in Germania. Al ritorno non riprese il suo posto nella vita dell'Istituto; anzi, non volle più farsi vedere nemmeno dai vecchi compagni. Sul turbamento del suo carattere dovette certamente influire un fatto tragico che aveva colpito la famiglia Majorana. Un bimbo in fasce, cugino di Ettore,era morto bruciato nella culla, che aveva preso fuoco inspiegabilmente. Si parlò di delitto. fu accusato uno zio del piccino e di Ettore. Quest'ultimo si assunse la responsabilità di provare l'innocenza dello zio. Con grande risolutezza si occupò personalmente del processo, trattò con gli avvocati, curò i particolari. Lo zio fu assolto; ma lo sforzo, la preoccupazione continua, le emozioni del processo non potevano non lasciare effetti duraturi in una persona sensitiva quale era Ettore.
Nel 1937 Ettore Majorana fu nominato professore di Fisica teorica all'Università di Napoli, dove si legò d'amicizia con Antonio Carrelli, insegnante di Fisica sperimentale presso l'istituto.
Anche a Napoli Majorana condusse una vita estremamente ritirata con i suoi malanni che gli davano fastidio e che si ripercuotevano inevitabilmente sul suo carattere e sul suo umore.
La sera del 23 marzo 1938 Ettore Majorana partì da Napoli per Palermo, ove si fermò un pajo di giorni, con un piroscafo della società Tirrenia: all'intraprendere tale viaggio era stato consigliato dai suoi più stretti amici i quali lo avevano invitato a prendersi un periodo di riposo.
Il giorno prima di salpare da Napoli consegnò alla studentessa Gilda Senatore una cartella di materiale scientifico: questi documenti furono mostrati anni dopo al marito di questa, anch'esso fisico. Questi ne parlò con Carrelli che ne parlò con il rettore che li volle: dopo di che le carte si persero.
Il 26 marzo 1938 Carrelli ricevette da Majorana un telegramma in cui gli diceva di non preoccuparsi di quanto scritto nella lettera che gli aveva precedentemente inviato.
Ecco quanto aveva scritto:
Caro Carrelli, Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma soprattutto per aver deluso tutta la fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi.. Ti prego anche di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel tuo Istituto.....; dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo."
Ai familiari avevava scritto:
Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all'uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.
Carrelli non aveva ancora ricevuto nulla ed attese l'arrivo della posta, documento che qui sotto si riproduce.

L'ultimo scritto pervenutoci di Majorana:
Palermo, 26 marzo 1938 - XVI
Caro Carrelli,
Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all'albergo Bologna, viaggiando con questo stesso foglio. Non mi prenedere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.
aff.mo E. Majorana

Ma Ettore non comparve più.
Iniziarono le ricerche. Del caso si interessò, dietro pressioni di Fermi, lo stesso Mussolini, fu proposta una ricompensa (30.000 lire) per chi ne desse notizie, ma non si seppe mai più nulla di lui almeno in modo inequivocabile.
Il professor Strazzeri dell'Università di Palermo asserì di averlo visto a bordo alle prime luci dell'alba mentre il piroscafo si accingeva ad attraccare a Napoli. Un marinaio asserì di averlo scorto, dopo aver doppiato Capri, non molto prima che il piroscafo attraccasse, e la società Tirrenia, anche se l'episodio non fu mai confermato, asserì che il biglietto di Majorana era tra quelli testimonianti lo sbarco: nel caso del fisico.
Le indagini furono condotte per circa tre mesi e si estesero al Vaticano ed ad un convento di Gesuiti che risiedeva vicino a dove lui abitava dove pare si fosse rivolto per chiedere una qualche sorta di aiuto: reminiscenze del suo periodo scolastico presso i Gesuiti di Roma?
In mare non fu mai trovato ed il mare prima o poi restituisce quello che riceve.
Di qui in poi partono le ipotesi, anzi gli indizi, ma non si hanno certezze. Una cosa va notata comunque: nelle sue lettere Ettore non parla mai di suicidio, ma solo di scomparsa, ed era persona attenta alle parole.
Si eclissò così, nel nulla, dalla scena internazionale, uno dei più geniali fisici di tutti i tempi, un uomo che, come scrive giustamente Amaldi nel suo Ricordo aveva saputo trovare in modo mirabile una risposta ad alcuni quesiti della natura, ma che aveva cercato invano una giustificazione alla vita, alla sua vita, che era per lui di gran lunga più ricca di promesse di quanto non lo sia per la stragrande maggioranza degli uomini.
L'unica certezza in mezzo a tante supposizioni consiste nel non indifferente prelievo di una considerevole somma di denaro (alcuni stipendi arretrati) che Majorana fece prima di far perdere le sue tracce, l'equivalente di circa 10 mila dollari attuali.
Per quanto le azioni dei suicidi siano insensate (si sa di suicidi che sono spogliati prima di essersi gettati in mare) perché un candidato al gesto estremo ritira del denaro prima di compiere il fatale gesto?
C'era posto per l'irrazionalità nella pur turbata mente di Ettore? Io credo di no.
Lettore attento di Shakespeare e Pirandello, ammiratore di Ibsen, sarà stato forse ispirato nel suo gesto dalla meditazione, più che dalla lettura de Il fu Mattia Pascal? Erasmo Recami, autore di una pregevole monografia su Ettore Majorana pone a prefazione di un capitolo del proprio lavoro questo passo di Pirandello:

Chissà quanti sono come me, nelle mie stesse condizioni, fratelli miei. Si lascia il cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d'uno ponte, su un fiume; e poi, invece di buttarsi giù, si va via tranquillamente: in America o altrove. (Il fu Mattia Pascal, 1904).

Da un'esame attento delle sue ultime lettere, cercando di scorgere, al di là dell'apparenza, quello che le parole vogliono dire non dicendo, dovrebbe partire - se mai- un'ulteriore ennesima indagine sul suo destino.

OPERE PUBBLICATE DA ETTORE MAJORANA
[1] "Sullo sdoppiamento dei termini Roentgen ottici a causa dell'elettrone rotante e sulla intensità
delle righe del Cesio”, in collaborazione con Giovanni Gentile Jr.: Rendiconti Accademia Lincei,
vol.8, pp.229-233 (1928);
[2] "Sulla formazione dello ione molecolare di He": Nuovo Cimento, vol.8, pp.22-28 (1931);
[3] “I presunti termini anomali dell'Elio”: Nuovo Cimento, vol.8, pp.78-83 (1931);
[4] "Reazione pseudopolare fra atomi di Idrogeno”: Rendiconti Accademia Lincei, vol.13, pp.58-61
(1931);
[5] "Teoria dei tripletti P' incompleti": Nuovo Cimento, vol.8, pp.107-113 (1931);
[6] "Atomi orientati in campo magnetico variabile": Nuovo Cimento, vol.9, pp.43-50 (1932);
[7] "Teoria relativistica di particelle con momento intrinseco arbitrario": Nuovo Cimento, vol.9 ,
pp.335-344 (1932);
[8] "Ueber die Kerntheorie": Zeitschrift für Physik, vol.82, pp. 137-145 (1933);
[8bis] "Sulla teoria dei nuclei": La Ricerca Scientifica, vol.4 (1), pp.559-565 (1933):
[9] "Teoria simmetrica dell'elettrone e del positrone": Nuovo Cimento, vol.14, pp.171-184 (1937);
[10] "Il valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali" (pubblicazione postuma, a
cura di G. Gentile Jr.): Scientia, vol.36, pp.55-66 (1942).

Enrico F. Macchia

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Nota: Gran parte del materiale che ha costituito fonte per questo articoletto è stato tratto dal libro di Erasmo Recami: Il caso Majorana, Di Renzo Editore e dal ricordo di Edoardo Amaldi pubblicato su Giornale di Fisica, vol. 9, p. 300 (1968)